Quei criteri di valutazione truccati che penalizzano le Università del Sud

Un esempio per tutti: la Federico II fra le prime 10 in Italia, se valutata con i parametri internazionali, fra le ultime per quelli del Miur

C’è una questione meridionale anche nell’Università? Purtroppo, si! Perché, i criteri (truccati) di valutazione,  sulla cui scorta, vengono distribuiti i fondi alle università italiane, condannano quelle meridionali agli ultimi posti delle classifiche di qualità. Di conseguenza, i governi che  da 15 anni sottraggono risorse  all’intero comparto, continuano ad indirizzare i pochi fondi disponibili verso gli atenei del Nord che, di contro,  si attestano regolarmente ai primi posti.  E’  dal 2000, infatti, che il 50 per cento dei tagli inflitti da Roma agli atenei è  a carico del Mezzogiorno mentre per quelli del Centro-Nord  tutto è rimasto praticamente  invariato. Tant’è che se  uno studente su quattro non riceve borse di studio pur avendone diritto, 3,2 di questi sono meridionali. Purtroppo, è il frutto avvelenato di graduatorie di qualità, stilate sulla base di criteri   funzionali alla tesi predefinita ovvero che le università del  sud sono “le peggiori”.  Il che spesso, per non dire: sempre, finisce per condizionare i giovani all’atto di scegliere quale  Università frequentare e, ancora peggio, squilibra verso gli atenei del Nord l’attribuzione del 7 per cento di quota premiale prevista dal Fondo di Finanziamento Ordinario dell’università. Ebbene, per rendersi conto della scarsissima, anzi assolutamente inconsistenza, affidabilità e validità delle classifiche di qualità degli atenei italiani, elaborate nel “Belpaese”, è sufficiente un solo, ma significativo esempio, quello della plurisecolare università “Federico II” di Napoli. L’ateneo partenopeo fondato il 5 giugno 1224 dall’Imperatore  del Sacro Romano Impero e Re di Sicilia Federico II di Svevia,  uno delle più importanti in Italia e in Europa,  la più antica università   statale del mondo, risulta allo stesso tempo:

Università

– la migliore Università italiana in assoluto se si usa come parametro il cosiddetto Citation per Faculty  ovvero numero di citazioni per docente,  utilizzato a livello internazionale quale misuratore della produttività e la qualità scientifica di un Ateneo;

– una delle  ultime utilizzando, come  si fa in Italia, quello dei pasti erogati, gli alloggi e le strutture per studenti (si valuta la qualità didattica o la ricettività alberghiera?) o il numero degli studenti che si iscrivono al secondo anno o quello dei laureati che riescono a trovare occupazione entro i tre anni successivi al conseguimento del titolo.

Non svelo, quindi, il mistero dell’uovo di Colombo, se sottolineo che basta scegliere il parametro da usare per stabilire, a priori e senza farlo sapere in giro, quali Università premiare. La scelta, quindi, è soltanto politica. Ecco perché da anni, la Federico II, nelle classifiche dei principali istituti internazionali di valutazione: QS network; Times Higher Educations; Shangai Tiao Tong University; Higher Education Evaluation & Accreditation Csouncil of Taiwan e Conseio Superior de Investigaciones Cientificas Espana; si piazza sempre fra le 10 migliore italiane, mentre nelle graduatorie elaborate annualmente dal “Sole24ore”, “La Repubblica” in uno con il Censis, sulla base, ovviamente, dei criteri fissati dagli “esperti” del Ministero dell’Università e Ricerca,  occupa regolarmente gli ultimi posti in graduatoria. Fatto è che mentre a livello internazionale, vengono utilizzati  composizioni differenti di parametri, tutti finalizzati  a valutare aspetti legati alla ricerca (numero di pubblicazioni, il fattore d’impatto ovvero la ripetitività con la quale l’Università viene citate per le sue ricerche nelle riviste specializzate in un particolare periodo   ed altri indici bibliometrici, premi, brevetti,…) ed alla didattica (offerta didattica, rapporto studenti/docenti,…); da noi,  i criteri si focalizzano (chissà perché) soprattutto su: servizi offerti alla platea studentesca, alloggi e borse di studio, mense, strutture sportive… e sito web; finanziamenti che gli atenei riescono ad ottenere dai vari enti locali; numero degli studenti che si iscrivono al secondo anno ed, infine, il numero di laureati che riescono a trovare un impiego entro i tre anni successivi al conseguimento del titolo. Tutti parametri per i quali la Federico II (come tutti gli altri atenei del Sud) occupa stabilmente posizioni di  bassa classifica. E non certo per colpa sua.   In pratica, così facendo, più che quella della qualità della struttura, si finisce per valutare la condizione socio economica in cui opera l’Ateneo e sulla quale lo stesso non ha alcuna possibilità di intervenire per modificarla. La verità è che se un laureato del Mezzogiorno non riesce a trovare un’occupazione nel giro di tre anni, la responsabilità non si può attribuire all’Università, ma alla scarsa, se non inesistente, offerta di lavoro del territorio;  ancora in un Sud  da sempre vittima  della disoccupazione, è  possibile che un giovane diplomato, anche se non motivato, decida di  parcheggiarsi  all’Università, magari nella speranza che la motivazione arrivi e lui riesca ad  ottenere un titolo migliore e dopo un anno  ancora demotivato decida di abbandonare gli studi. Del resto, non è necessario essere esperti nella lettura dei fondi di caffè, per rendersi conto in anticipo che in un tessuto sociale ricco e produttivo  è più facile per le Università ricevere finanziamenti da enti pubblici e fondazioni di vario tipo per i servizi agli studenti. Ed, inoltre, giova tener conto che quasi tutti i fondi europei sono rivolti a temi di ricerca di carattere tecnico-scientifico, il che favorisce  le Università ad indirizzo tecnologico:  Politecnici, svantaggiando quelle “generaliste” e ledendo irrimediabilmente le specialistiche ed umanistiche. Ne deriva, quindi, che  i criteri  di qualità scelti dai “tecnici” ministeriali italiani dipendono si,  dalla virtuosità delle Università, ma soprattutto dal contesto socio-economico in cui esse lavorano. Il risultato – ampiamente prevedibile al momento della loro fissazione – è stata che gli Atenei  operanti  in aree ricche e produttive hanno ottenuto maggiori finanziamenti, mentre la Federico II e, naturalmente, tutte quelle operanti  in un contesto socio economico più debole, come quello meridionale, continuano ad essere penalizzate. E questo a dispetto degli sforzi compiuti per   razionalizzare la spesa, rispettare i vincoli di bilancio e la qualità internazionalmente riconosciuta dei loro docenti e ricercatori.

 

Quei criteri di valutazione truccati che penalizzano le Università del Sudultima modifica: 2016-06-12T14:03:16+02:00da mimdell
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